Ogni volta che taglio una nuova sagoma di tessuto o piego un filo di metallo per creare un paio di orecchini, nella mia testa l'oggetto esiste già nella sua forma migliore. La realtà della materia, però, richiede sempre un passaggio intermedio. Sul mio tavolo da lavoro, che è anche il cuore della casa in cui vivo con le mie due figlie, le prime idee non arrivano mai subito al punto di svolta. Hanno bisogno di prove, di tentativi fisici e di correzioni silenziose.
Quando lavoro da sola al marchio ABCreazioni by Dana, non ho una struttura industriale che testa i campioni al posto mio. Ogni borsa, ogni pochette o piccolo accessorio passa attraverso le mie mani dall'inizio alla fine. Questo significa che il primo esemplare di una nuova idea è quasi sempre un esperimento solitario, un oggetto ancora impreciso che deve insegnarmi come comportarsi prima di poterne realizzare altri in quantità molto limitata.
La risposta della materia ai primi tentativi
Un bozzetto o un'idea pensata mentre sistemo la cucina sembra sempre funzionare senza problemi. Poi prende forma il primo campione reale. Un tessuto che sembrava ben strutturato può rivelarsi troppo morbido una volta cucito con la fodera interna; una chiusura per pochette può risultare leggermente storta se il rinforzo nascosto non ha il giusto spessore; un paio di orecchini può pesare un grammo di troppo sulla monachella.
Questi dettagli non si vedono sulla carta. Bisogna montare il pezzo, toccarlo, girarlo tra le dita e persino lasciarlo riposare per qualche ora. Spesso mi capita di guardare la prima versione di una borsa e accorgermi che la tasca interna è troppo profonda, oppure che la piega della stoffa non cade come mi aspettavo quando l'accessorio viene chiuso. È in quel momento che inizia il vero lavoro artigianale: ascoltare la risposta del materiale e capire dove intervenire.
Modificare una sagoma significa ritagliare di nuovo, spostare una cucitura di un paio di millimetri, cambiare il tipo di filo o testare una struttura di supporto differente. La materia ha le sue regole rigide e non accetta scorciatoie. Se un metallo viene piegato senza considerare la sua inclinazione naturale, perde resistenza; se un tessuto viene tirato oltre misura, sforma la superficie. Ogni tentativo sul mio tavolo è una lezione di pazienza e di attenzione diretta al dettaglio.
Convivere con il prototipo tra le pareti domestiche
Un aspetto fondamentale del mio lavoro fatto in casa è il tempo di osservazione. Quando termino la prima versione di un accessorio, non lo considero subito pronto. Lo tengo visibile sul tavolo o su un ripiano per un paio di giorni.
Mentre svolgo le mie commissioni quotidiane, tra i ritmi scolastici delle mie figlie e le faccende di casa, l'occhio cade continuamente su quel primo pezzo. Quello è il momento in cui noto le imperfezioni pratiche. Una clip per capelli tenuta in mano mentre preparo la cena mi fa capire se la molla è troppo dura o se la presa è confortevole. Un portachiavi appoggiato sul bancone mi mostra se la forma risulta troppo ingombrante o spigolosa.
Questa convivenza informale con l'oggetto è il controllo più severo che applico al mio lavoro. Non ci sono schede tecniche da compilare né macchinari di verifica: c'è solo la quotidianità di una casa che mette alla prova la praticità di quello che creo. Se un pezzo supera questi giorni di osservazione senza farmi venire il desiderio di correggerlo, allora so che la struttura è solida e la forma ha trovato il suo scopo.
Il momento in cui il pezzo diventa definitivo
Arrivare alla versione finale di un pezzo unico richiede tempo, ma è un passaggio che dà un senso profondo al lavoro fatto a mano. La borsa o l'orecchino che alla fine finiscono tra i pezzi disponibili portano dentro di sé la traccia di tutte le verifiche precedenti. I millimetri tolti alla tracolla, il punto di cucitura rinforzato nel punto di maggiore trazione, la scelta di quel particolare tipo di finitura non sono decisioni casuali.
Ogni scelta è il risultato diretto delle correzioni fatte durante le prime prove. Un errore di misura durante il primo taglio mi insegna come posizionare la squadra al tentativo successivo; un accoppiamento di tonalità che non convince alla luce del pomeriggio mi spinge a cercare un tessuto differente nella mia scorta. Non c'è nulla di sprecato nei tentativi che modifico o nei ritagli che non diventano mai un accessorio finito: sono i passaggi necessari per arrivare all'oggetto definitivo.
Quando finalmente tengo in mano il pezzo rifinito, pronto per essere proposto a chi cerca qualcosa di autentico, provo una soddisfazione serena. So esattamente perché quell'accessorio è fatto in quel modo, conosco la tenuta di ogni singola cucitura e so che dietro quell'apparente semplicità ci sono state ore di calcoli e lavoro solitario. È questo il valore della produzione limitata: la certezza che ogni oggetto ha superato la prova delle mie mani prima di uscire dalla mia casa.
